ST. PATRICK SPECIAL EDITION: ITALIA VS IRLANDA – INVESTIMENTI IN STARTUP

17 Marzo 2017

Tasse ed opportunità: è su questo binomio che si gioca il confronto tra le due nazioni in campo startup. Abbiamo cercato di capire qualcosa di più insieme a Luca Caralvi, AD di Blueface Italia

 

Luca Caralvi, AD BlueFace Italia

Due paesi molto diversi, due economie molto diverse: nonostante le apparenze, Italia e Irlanda si rivelano lontanissime tra di loro, in particolare quando si tratta di imprenditorialità e startup. Ne abbiamo parlato con Luca Caralvi, Amministratore delegato di Blueface Italia, uno dei principali fornitori di servizi di Unified Communications per le piccole-medie imprese e per clienti Corporate. La società è nata nel 2004 proprio in Irlanda e nel 2012 ha scelto la sede di LVenture Group e di LUISS ENLABS come sua base italiana.

Ed è proprio qui a LUISS ENLABS che ieri si è tenuta la visita del Ministro degli esteri irlandese, a cui hanno partecipato rappresentanti di LVenture Group, LUISS ENLABS, e ovviamente Blueface, per congratularsi con l’azienda del recente investimento da €10 milioni, ricevuto da BDO Development Capital Fund, un fondo irlandese che supporta la crescita di aziende di medie dimensioni, che supporterà l’espansione internazionale dell’azienda e la creazione di nuovi posti di lavoro. Una cifra considerevole e che si configura come interessante segnale della possibilità/disponibilità d’investimento della ruggente Tigre Celtica, soprattutto in confronto alle dinamiche italiane.

“In Irlanda ci sono due grossi enti governativi di investimento: IDA e Enterprise Ireland; il primo si occupa di attrarre gli investimenti dall’estero, mentre il secondo supporta le imprese irlandesi per aiutarle ad partire, crescere, innovare e entrare con successo nei mercati internazionali. Enterprise Ireland, in particolare, lavora in partnership con gli imprenditori, con le imprese Irlandesi, con le comunità di ricerca e con la comunità finanziaria per lo sviluppo del commercio internazionale, l’innovazione, la leadership e massimizzare la competitività dell’Irlanda. L’obiettivo finale è molto chiaro e preciso: un aumento delle esportazioni, dell’occupazione e della prosperità nel paese. In Italia siamo ancora lontani nell’aver un supporto dalle finalità così nitide” – spiega Luca e aggiunge che le differenze non si limitano esclusivamente all’aspetto economico ma riguardano anche il fattore mentalità.

“In Irlanda entra in gioco anche, tra le altre cose, la cultura anglosassone, per sua natura più propensa al rischio anche grazie a un accesso al denaro agevolato dalla vicinanza a Londra e, soprattutto, ai forti legami con gli Stati Uniti (entrambi Paesi estremamente inclini al rischio finanziario). In Italia non c’è assolutamente questa propensione e non c’è un’efficace struttura finanziaria e di consulenza, men che meno a livello governativo. Poi, secondo me davvero fondamentale, è il concetto di “reputation”: la maggiore propensione al rischio, lì, va di pari passo alla tua reputazione in ambito business. Se la tua nomea è intaccata da comportamenti scorretti, perdi l’accesso ad ogni tipo di capitale e non perché c’è qualche legge che te lo vieta, ma per il mercato non sei più credibile, anzi non esisti”.

Come anche Luca stesso ha tenuto a sottolineare più volte, quando facciamo comparazioni dobbiamo ricordarci che parliamo di una nazione dieci volte più piccola dell’Italia, ciò non toglie che si possono trarre spunti di riflessione interessanti nel disegnare linee guida per un futuro migliore e più solido per l’ecosistema dell’innovazione italiano, dove il lavoro da fare è ancora tanto e che la strada è tutta in salita.